Mi sono preso l'influencer

Mi sono preso l’influencer 

“Trovati un lavoro vero”, “cosa serve un corso di laurea per influencer?”, “davvero da grande vuoi fare lo youtuber? Ma studia!”. Quante volte abbiamo sentito, ripetuto e condiviso frasi come queste? Se abbiamo passato la soglia dei 30anni almeno una decina di volte, ma siamo davvero sicuri di essere dalla parte della ragione?
 
Non è forse solo un meccanismo di difesa verso un mondo che fatichiamo a capire? Eppure in questi giorni dove il trend topic “coronavirus” intasa tutti i nostri canali d’informazione dovremmo aver sentito esplicitamente l’esigenza di avere un parere “influente” sul tema, qualcuno da seguire che, razionalmente o meno, sappia dare forma alla nostra opinione e alla nostra visione. Facciamo chiarezza allora su quello che sembra essere il lavoro più demonizzato al mondo.
 
Prendiamo qualche dato, perché con i numeri, dai, sembriamo tutti più professional: alla fine del 2018 già il 94% dei marketer sceglieva la via dell’influencer marketing, perché in grado di generare 11 volte di più il ROI rispetto ai canali di marketing tradizionali. Questo significa un aumento delle conversioni, ed un consistente miglioramento della fiducia e della reputazione del brand. Come è possibile tutto questo?
Beh, pensateci un attimo:  come consumatori ci siamo atrofizzati agli annunci aggressivi e ai messaggi di marketing sdolcinati. Troppa pubblicità irrilevante. Troppi pop-up ficcanaso. Troppi testimonial che fingono di usare un certo brand di detersivo e che inevitabilmente risultano essere distanti e patinati rispetto al pubblico e al target a cui si rivolgono. Abbiamo avuto bisogno dei Millennials e della Generazione Z per assistere ad un reale cambiamento. Non credevano nella pubblicità. Hanno iniziato a pretendere la prova sociale prima di spendere i loro soldi. Si rivolsero agli influencer che rispettavano, stimando le loro recensioni dei brand. Le loro opinioni.
 
Grazie ai social, diventati oggi un canale di informazione possiamo evitare quello che non vogliamo sapere e possiamo  seguire le persone di cui ci fidiamo. Leggiamo le loro recensioni, accettiamo i loro consigli, condividiamo le nostre opinioni personali e spesso ci inseriamo in un’interazione viva su un tema consolidando o mutando il nostro pensiero. Ma chi sono questi influencer? Innanzitutto possiamo raggruppati in 3 macro aree:
Celebrità – gli influencer originali, che attirano un grande pubblico ma costano parecchio.
 
Esperti di settore e leader di pensiero – qualificati in una nicchia particolare – macro e micro.
 
Blogger – masse di follower e lettori che vogliono conoscerne le opinioni.
 
Per essere chiari: la generazione di un influencer è un processo estremamente democratico che vede l’attribuzione di un ruolo di guida ad una figura ritenuta competente da un gruppo di soggetti interessati ad una determinata materia. Ecco perché viene a crearsi un legame percepito come autentico da parte degli utenti stessi. Si elide la concezione di imposizione di un personaggio e di un messaggio comunicativo e, inoltre, il processo di creazione del contenuto avviene simultaneamente ed attraverso interazione con il pubblico.
 
Ma è una novità o è sempre esistito, in un certo verso?
Senza scomodare figure storiche, politiche o religiose torniamo agli anni ’20. Coca-Cola inserì nelle sue campagne di marketing di quegli anni un gentiluomo in carne con addosso un abito rosso e un grande sorriso. Il suo abito era bordato di pelliccia bianca e la sua faccia era circondata da una grossa e folta barba bianca. Il suo nome? Babbo Natale. La creazione di questa versione da parte di Coca-Cola è una leggenda del marketing e forse uno degli influencer più famosi di tutti i tempi.
Una cosa importante e che segna l’ascesa del ruolo dell’influencer è dato dal fatto che il 47% dei consumatori blocca le pubblicità invasive Ci fidiamo delle persone, e il 92% di noi ripone la propria fiducia nelle raccomandazioni di prodotti da parte di individui piuttosto che da Brand. L’ 83% dei consumatori crede alle raccomandazioni dei propri simili piuttosto che a quelle dei brand, e il 66% alle opinioni pubblicate online dai consumatori. Inoltre inutile pretendere di navigare i mari inevitabili dei Social Media senza fare i conti con chi li domina.
 
Certo, non ci si deve interfacciare con questo trend a casaccio, è opportuno intraprendere un approccio analitico e pianificato per strutturare al meglio la Brand Identity dell’azienda o del prodotto che si intende comunicare, individuando i punti di forza e di debolezza, comprendendo i competitors ed il target di riferimento, per trovare l’influencer più adatto alle proprie esigenze per raggiungere obiettivi concreti.