Smart working

Smart working: it works!

Se ne parla da anni, si è sperimentato in diversi frangenti, ma cosa ci racconta una realtà dove lo Smart working non è solo una scelta gestionale?
In questi giorni circondati da hashtag #stateacasa e #italianonsiferma lo Smart working sembra essere la sintesi perfetta. In una situazione di emergenza come quella attuale infatti, molte aziende si sono trovate a fronteggiare la necessità di gestire il lavoro in remoto.
Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano istituito nel 2012, afferma che oggi”inizia una nuova era geologica”. Un nuovo anno zero. “C’è un pre-emergenza coronavirus e un post-emergenza”. A parere suo, oggi ci troviamo in una fase di “stress test”, soprattutto per quelle aziende che il lavoro agile l’avevano già abbozzato ma in maniera limitata. Non solo: anche le aziende che avevano opposto resistenza si sono rese conto di quanto un modello digitale possa far fronte alle emergenze.
Certo, il rischio di owerworking sembra essere dietro l’angolo in quest’era di totale e costante connessione, ma non si deve cedere a falsi miti e cogliere le opportunità offerte dalle nuove tecnologie. A fine 2019 i lavoratori in smart working erano 570mila, un numero piuttosto ridotto e circoscritto per la gran parte alla Lombardia e a Milano, ma ora le percentuali sono destinate a crescere e a coinvolgere molti più settori.
Ma come viene gestito il lavoro in remoto? Di regola lo smart working non prevede in toto un lavoro fuori dall’azienda e dall’orario previsto. Secondo la legge 81\2017 è possibile alternare l’attività da casa o da altri luoghi a quella regolare in sede. Anche nel contratto che da inizio al periodo di lavoro agile è possibile richiedere la presenza del dipendente in alcuni giorni, fasce orarie o in occasioni particolari.
Inoltre, il datore di lavoro è responsabile degli strumenti tecnologici necessari al dipendente per lavorare da casa. Questo non significa che egli è obbligato a fornire computer, connessione e tutto quello che può servire. Significa che se l’azienda subisce danni o cali di produttività dovuti agli apparecchi di cui il dipendente dispone per lavorare da casa la responsabilità non è del lavoratore.
Tuttavia con l’emergenza corona virus le regole sono cambiate. Smart Working: come funziona e benefici del lavoro da casa. Secondo le organizzazioni, l’adozione dello Smart Working comporta il miglioramento dell’equilibrio fra vita professionale e privata (46%) e la crescita della motivazione e del coinvolgimento dei dipendenti (35%). Questo significa che a prescindere dalle possibili difficoltà date dalla gestione delle emergenze lavorative, queste modalità non generano “furbetti del cartellino”, ma lavoratori motivati, autonomi ed in grado di lavorare per obiettivi. Citando le parole di Fiorella Crespi, Direttore dell’Osservatorio Smart Working:

“Per praticare davvero lo Smart Working occorre superare l’idea che sia solo lavoro da remoto, ma interpretarlo come un percorso di trasformazione dell’organizzazione e della modalità di vivere il lavoro da parte delle persone. Sono ancora poche le organizzazioni che lo interpretano come una progettualità completa, che passa anche dal ripensamento degli spazi e da un nuovo modo di lavorare basato sulla fiducia e la collaborazione. Agire sulla flessibilità, responsabilizzazione e autonomia delle persone significa trasformare i lavoratori da ‘dipendenti’ orientati e valutati in base al tempo di lavoro svolto, a ‘professionisti responsabili’ focalizzati e valutati in base ai risultati ottenuti.

Fare Smart Working a un livello più profondo significa fare un ulteriore passo oltre, lavorando sull’attitudine e i comportamenti delle persone promuovendo un pieno engagement per far sì che i lavoratori diventino veri e propri ‘imprenditori’ con un’attitudine all’innovazione e alla creatività.”